| Poesia, musica e rock |
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| Lunedì 22 Giugno 2009 14:44 | |||
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Lo spunto, è ovvio, ci è dato dalla recente pubblicazione di “No line on the horizon”, l’ultimo attesissimo disco della band irlandese. Una band che si avvicina ai trent’anni di vita e che rappresenta un esempio straordinario di coesione, non avendo mai dato reali segni di crisi intestine. Gli U2 sono infatti ancora gli stessi quattro membri fondatori. Dopo la prima decade di vita, quella mitica di “Sunday Bloody Sunday”, di “Pride (in the name of love)”, del doppio album “Rattle and Hum” e infine dello splendido “Achtung baby”, con la canzone capolavoro “One”, il gruppo capitanato da Bono ha intrapreso una strada che se da un lato ha aperto loro le porte del successo planetario, d’altro canto li ha sottoposti a critiche sempre più frequenti da parte soprattutto, scusate il bisticcio di parole, della critica. Contestazioni fondate: sono quasi vent’anni che gli U2 non producono un album carico di quell’unforgettable fire che alimentava i dischi del loro primo decennio di vita. Ciò nonostante la popolarità della band è costantemente aumentata e, di questo bisogna dare atto al gruppo, in concerto gli U2 hanno sempre girato a mille. Per questi motivi il nuovo cd era molto atteso. Dopo i primi ascolti, come ci capita appunto da molti anni a questa parte, ci troviamo di fronte ad un bivio: celebrare il gigantismo degli U2 o rimpiangere le intuizioni e le posizioni iniziali? Da parte nostra, non essendo tra l’altro avvezzi ai rimpianti, interpretiamo la scelta “pop” degli U2 come il tentativo di dare sempre più fiato alla loro mission musicale. D’altro canto, è chiaro, gli U2 sono oramai avviati verso la celebrazione, ad ogni loro passo, della rock ‘n’ roll star e dello show biz musicale: grandi suoni, grandi produzioni live, grandi proclami sui loro lavori. Per fare questo sono in un certo senso costretti a realizzare album sempre più ricchi, sempre più curati, e se vogliamo sempre più enfatici. Così anche in questo album il suono del disco è eccellente, i vari produttori (Brian Eno, Daniel Lanoist, Steve Lillywhite, Will.i.am dei Black Eyed Peas) hanno lavorato ottimamente, così come la band e i diversi collaboratori. Bono canta alla grande, Larry Mullen alla batteria è sempre più incisivo anche con l’electronic drum, The Edge si diverte a riffare alla chitarra e al basso Adam Clayton è ancora più preciso del solito. Molto apprezzabile è pure il tentativo di mantenere il suono al passo coi tempi, con un utilizzo ponderato ed intelligente dell’elettronica. Piace anche la cura dedicata agli arrangiamenti, con i produttori a lavorare fianco a fianco con la band nello studio allestito in un riad di Fes in Marocco. Positiva infine la ritrovata freschezza del gruppo, che si impegna a cercare soluzioni originali, passando dai sapori maghrebini all’elettronica, giocando infine con il rock post moderno. E le canzoni? Il primo singolo, “Get on your boots”, pare “Desire” (quella di “Rattle and hum”), più morbida e in chiave Beatles, con un tocco di Red hot chili peppers: una canzone che sicuramente prende facilmente, grazie anche alla voce superba di Bono e alla chitarra un po’ meno liquida della norma di The Edge. Bella anche “White snow”, soffusa e sussurrata, che fotografa un soldato che sta per morire sulle nevi dell’Afghanistan: ricorda alcuni lenti dei dimenticati Frankie Goes to Hollywood. Vagamente sperimentale ma decisamente abbordabile è “FEZ – Being born”, tra suoni speziati di sapori nordafricani e rimandi all’immediatezza degli esordi. Il disco si chiude con una canzone dal titolo bellissimo “Cedar of Lebanon”, un po’ ambient e molto elegante, con la voce in questo caso perfetta di Bono. Ottimi come sempre i testi, poetici e profondi, ispirati da una forte carica spirituale, amplificata dalle suggestioni marocchine. Raccontano di amore divino in “Magnificent”, “Sono nato per essere con Te in questo luogo e in questo tempo. Da allora mi sono smarrito”, ancora di amore in “I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight”, “Non è forse vero che il vero amore scaccia ogni paura?”, di speranza, “Ecco quel che dobbiamo essere: amore e comunità, il riso è eternità se la gioia è reale” canta Bono in “Gets on your boots”. Testi che ci riconciliano con i primi U2, nei quali la dimensione spirituale e religiosa esplodevano con forza ed entusiasmo dalle canzoni, ridando speranza e futuro alla musica rock. “No line on the horizon” è in definitiva un buon disco, certamente migliore degli ultimi due (“All that you can’t leave behind” e “How to dismantle an atomic bomb”) che recupera alcuni suoni antichi e li shakera con nuove suggestioni. Per farne un grande disco manca però, tra tante canzoni discrete, almeno un pezzo memorabile. ("La Voce del Popolo" - Settimanale della Diocesi di Brescia)
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