L’ultima estate (Stolen summer): ricordi di un’amicizia PDF Stampa E-mail
Venerdì 26 Giugno 2009 10:40

di Stefania GIORGI

Da appassionata di cinema, so bene che è veramente difficile che da Hollywood e dai cineasti odierni (ma effettivamente anche in passato non ci sono stati molti più esempi) possa scaturire un film che parli correttamente e in modo affascinante della religione, men che meno del cattolicesimo o del cristianesimo.
Così, quando ci sono esempi in tal senso i credenti sono spesso tentati di digerire anche le produzioni più scadenti, incomplete, o minimamente passabili. Nel mare di proposte (da quelle più scandalose a quelle più innocue, e perciò inutili) mi è capitato, su invito di amici, di vedere un film, risalente al 2002, che cerca di descrivere la ricerca di senso da parte di un bambino cattolico e quindi abbastanza interessante da convincermi a proporvene una recensione.

Mi stuzzica proprio il fatto di potervene illustrare i pregi, ma anche di poter mettere sull'avviso circa i difetti più “classici” che purtroppo compaiono regolarmente in questo tipo di pellicole e che rappresentano alcuni tra i più tipici pregiudizi sul cristianesimo, sapientemente illustrati anche grazie all'abilità degli sceneggiatori di mischiare verità, ambiguità e menzogne, temo più per ignoranza che per malafede.

Chicago, 1976.
L’estate, simbolicamente, è il momento privilegiato per i transiti da un punto all’altro della vita, da un’età, da una consapevolezza, ad altre età, altre certezze, altri profili dell’identità. In questa Chicago degli anni '70 quando razzismo e antisemitismo non erano stemperati dal galateo del politicamente corretto, ci troviamo davanti ad una storia che introduce alcune riflessioni sulla fede religiosa, sulla tolleranza e sui pregiudizi. Il film ha quindi come obiettivo l'analisi di questi temi, più che di descrivere correttamente le dottrine di cristianesimo ed ebraismo.
Pete O'Malley, quasi nove anni, è uno degli otto figli di una famiglia di origini irlandesi il cui padre fa il pompiere e la madre cerca di tener dietro a tutta la prole. La caratteristica principale di Pete è la curiosità, la voglia di porsi domande (cosa che troppo presto smettiamo di fare, accettando passivamente tutto ciò che ci accade intorno) ed il desiderio di cambiare il mondo. Rimproverato in continuazione dalla suora della scuola per mancanza di obbedienza, decide, per non finire all'inferno, come da tutti gli adulti di questo film gli viene raccomandato, di trascorrere l'estate intraprendendo la missione di convertire al cristianesimo qualcuno, ovviamente qualcuno che non sia già cristiano, quindi il candidato ideale sarebbe un ebreo. Dopo svariati tentativi sotto gli occhi vigili, ma quasi paterni, del rabbino Jacobse, Pete conosce Danny un suo coetaneo che non solo è di religione ebraica, ma è anche il figlio del rabbino. Danny è innocentemente disponibile all'impresa, e i due piccoli amici non fanno che consolidare la loro amicizia con svariate sfide a cui attribuiscono valore di vere prove per il raggiungimento della salvezza che sarà simboleggiata nientemeno che dal ricevere un'ostia, premio finale.
La rivelazione che Danny ha la leucemia e potrebbe vivere ormai la sua ultima estate non fa che spronare ancora di più i bambini al raggiungimento del loro obiettivo.
Nonostante le proibizioni e le incomprensioni del padre di Pete, nonostante le risposte tragicamente inconsistenti del prete a cui il  bambino si rivolge per chiedere aiuto nel portare a termine il suo compito, Pete riuscirà a suo modo nell'intento, perchè è il personaggio che, più di tutti, prende sul serio la propria anima e il suo destino e che, nell'amore gratuito verso il suo amico, troverà il vero senso della sua missione, accettando anche la sua morte.

Forse per accentuare lo scontro tra mondi diversi la famiglia cattolica è programmaticamente proletaria e con tanti figli, ligia ai precetti domenicali e morali, ma, sembra, senza altro orizzonte di rapporto concreto con Dio (dice il bambino all'inizio del film: “andiamo in chiesa per chiedere a Gesù delle risposte, ma Lui se ne sta appeso lì e ci guarda dall'alto in basso. Così non va bene”). Il rabbino invece è benestante, con un figlio solo, e, sempre nelle parole del bambino (che dovrebbero rappresentare l'innocenza e la verità...tipico di quei film dove i bambini sono sempre un passo avanti, umanamente e intellettualmente rispetto agli adulti, prigionieri invece delle loro ossessioni e dei loro pregiudizi), “è come un prete, ma fa meno paura”. Il rabbino si dimostra accogliente e generoso, capace di superare pregiudizi e ipocrisie, mentre i cattolici fanno la figura degli zoticoni a cui interessa solo l'aspetto esteriore dei comportamenti e in cui il cristianesimo si riduce al buon senso e alla generosità d'animo.
A prevalere alla fine sono la comprensione e la compassione, sul crinale dell'attenuazione di ogni conflitto, della ricerca del dialogo sempre e comunque a discapito delle proprie differenze, e quindi  obbligatoriamente si arriva alla semplificazione della dottrina: nel punto teologicamente più basso del film, si fa dire al bambino, nella scena finale a tu per tu con il rabbino che in fondo “in Paradiso c'è posto per tutti perchè Gesù è un simbolo e quindi lo si può chiamare con il nome che si vuole”.... No comment.

Dopo averne detto tutto il male possibile, mi piace dirvi però che ci sono intuizioni davvero commoventi che meritano di avere qui un rilievo.
L'amicizia tra i due bambini è condotta tutto sommato senza calcare la mano sul sentimentalismo o sul melodrammatico. In particolare è commovente l'entusiasmo con cui affrontano le prove per la “salvezza”, sapendo che non c'è vera vittoria senza un rischio reale, senza la fatica, l'impegno e il coraggio.
E' toccante quando Pete, sapendo che l'amico è ormai in ospedale, va in chiesa a “prelevare” l'ostia (sconsacrata...) come premio sospirato, tangibile segno del superamento di tante prove e sofferenze, per donarla come unico regalo necessario all'amico prima di andarsene per sempre.
E come non sorridere quando il figlio del rabbino, durante la preghiera prima del pasto, davanti ai genitori sbigottiti, si fa il segno della croce imparato dall'amico, spiegando candidamente: “E' come prendere il telefono per parlare direttamente con Dio, no?”.

Insomma, a discapito di tanti scivoloni dottrinali, dell'immagine scialba e irritante di chiesa (soprattutto l'insignificante sacerdote capace solo di dare risposte vaghe e accondiscendenti alle domande vere e precise del bambino), il film riesce a mantenere una sua amabilità per chi sappia tenere gli occhi sulla verità del protagonista: le domande del cuore hanno certamente una risposta che non è però chiusa dentro dei riti da osservare, ma va scoperta mentre si cammina con un amico verso il Paradiso.

Un film di Pete Jones. Con Aidan Quinn, Adiel Stein, Mike Weinberg, Peggy Roederb, Eddie Kaye Thomas. Genere Sentimentale, colore 94 minuti. - Produzione USA 2002

Dialoghi Carmelitani, Marzo 2009




 
         

 

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