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Intervista a S. E. Giuseppe Molinari, Arcivescovo di l’Aquila, a cura della Redazione di Dialoghi Carmelitani
Il peso della solitudine e un senso del destino che opprime la vita… Eppure l’anno 1944 fu definito da Pavese, nei suoi appunti, come un’annata strana, “iniziata e finita con Dio": forse “la più importante che hai mai vissuto…”. Il saggio dell’attuale Arcivescovo di l’Aquila, Giuseppe Molinari, di recente recensito dalla “Civiltà cattolica” e “Avvenire”, ripercorre la controversa vicenda religiosa dello scrittore torinese, con particolare attenzione al suo tragico epilogo: «Non sappiamo che cosa fosse rimasto, in quell’istante tragico, della sua tormentata ricerca religiosa. Ma perché non sperare che proprio in quel momento sia tornato più intenso e vero il grido accorato del 18 agosto: "O Tu, abbi pietà!"?». Dell’esperienza di Pavese e del testo citato abbiamo parlato con lo stesso autore.
Eccellenza, può dirci perché un docente di religione e di teologia, oggi Arcivescovo, scrive un testo su Pavese, un autore distante dalla cultura cattolica e che ha concluso così tragicamente la sua esistenza?
Cerco di riassumere i motivi della mia modesta ricerca sulla problematica religiosa di Cesare Pavese. Innanzi tutto il mio amore alla letteratura e, soprattutto, ad ogni indagine di tipo teologico su uno scrittore (o un poeta). Giovanni Paolo II nella sua bellissima Lettera agli Artisti ha scritto: “La poesia (ma anche la letteratura) scopre gli abissi che abitano l’uomo, mentre la rivelazione, e poi la teologia, li assumono per dimostrare come Cristo giunge ad attraversarli”. Anche il grande teologo K. Rahner ha dei saggi interessanti dove dimostra che il vero scrittore non può non incontrarsi con il mistero di Dio. Inoltre vorrei aggiungere che spesso gli scrittori sanno presentare gli stessi temi affrontati dalla teologia, ma con un fascino particolare. Ultimo motivo: mi sembrava che il tema scelto fosse abbastanza nuovo e quindi c’era la possibilità di fare una ricerca un po’ più originale.
Nella prima parte del suo testo, si indagano temi come il dolore, la solitudine (legato all'amore per la donna), l'amicizia, il tema della morte. Nel commentarli Lei parla anche di vera “carità” e vera “comunione”. Ma esiste il rischio di far dire a Pavese ciò che lui mai avrebbe affermato?
Ho cercato sempre di rispettare il pensiero di Pavese, senza piegarlo a nessuna tesi preconcetta. Me lo riconosce anche P. Ferdinando Castelli nella sua recensione su “La Civiltà Cattolica” (6.10.2007): “L’analisi [di Molinari] si svolge all’insegna del rispetto, della comprensione e della simpatia per una persona colpita da molte avversità, impegnata in una ricerca radicale, leale nell’analisi di sé e degli altri, metafisicamente e religiosamente inquieta, fedele ai principi morali in cui si era confermata sul piano umano, nostalgica di amore, di fede e di vita eterna”. Quando riporto le parole stesse di Pavese sulla religione o sulla carità cerco dunque di darne anche l’interpretazione più giusta, aiutato in questo dalle affermazioni di altri autorevoli critici. E quindi, ripeto, non mi sembra di forzare mai il pensiero di Pavese.
Nel capitolo sul suicidio di Pavese, si affrontano le possibili interpretazioni di questo gesto estremo: affermazione di libertà, un crollo fisico-psicologico, una sorta di eroismo mitico, etc Quale ritiene più credibile?
Il “suicidio” di Pavese rimane un mistero, come è un mistero la vita di ogni essere umano. Ho cercato di riportare le varie ipotesi (ognuna delle quali contiene una parte di verità). La mia convinzione più profonda si può riassumere però in quello che Pirandello fa dire ad un suo personaggio (nel romanzo “I vecchi e i giovani”): “..è difficile perdere la fede e continuare a ragionare”. Ed io aggiungo: “è difficile perdere la fede e…continuare a vivere!”. Il titolo della mia ricerca (“O Tu, abbi pietà!”) è un’invocazione di Pavese stesso e mi sembra riassumere bene la sua struggente voglia di credere insieme alla sofferenza terribile di chi non riesce a realizzare questo desiderio.
Il “male di vivere” che Pavese esprime è quell’angoscia esistenziale che torna in altri autori della nostra letteratura del 900; in che cosa Pavese si differenzia o si accomuna ad altri?
È vero: l’angoscia esistenziale di Pavese si ritrova in molti autori della nostra letteratura del novecento. Ma sappiamo che ogni storia è diversa e che anche le risposte a questa angoscia sono diverse. Comunque è vero che questa angoscia esistenziale, così bene espressa dalle opere di Pavese, è di una tragica attualità. Forse è proprio questa angoscia che fa sentire vicinissimo lo scrittore delle Langhe anche agli uomini e alle donne del nostro tempo. Come uno che sa interpretare in modo profondo il cuore dell’uomo di oggi. Anche se, purtroppo, senza riuscire a dare una risposta di speranza.
Perché Pavese, nonostante il soggiorno presso i padri Somaschi e l’amicizia con padre Baravalle, non trovò la fede, che per lui rimase “meta irraggiungibile”?
Mi ha colpito rileggere, sul quotidiano cattolico “Avvenire” di qualche mese fa, il racconto di Padre Baravalle. Dopo che seppe della fine tragica dello scrittore, P. Baravalle – è egli stesso che lo confessa – si sentì preso da un profondo senso di rimorso. Si rimproverava di non aver fatto di più, per rimanere vicino a Pavese, che si era spesso confidato con lui. E P. Baravalle lo esortava sempre ad allontanare lo scoraggiamento e ad andare avanti. Ma la fede è veramente un grande mistero, in cui si incontrano l’immenso amore di Dio e la nostra libertà. Neppure i miracoli ci possono costringere a credere (il Vangelo ci porta in proposito tanti esempi). Certo la fede è fatta anche di tanta umiltà. Forse a Pavese è mancata questa umiltà radicale che, nell’esperienza autentica di fede, anche in mezzo al dolore diventa fiducia e abbandono incondizionato nelle mani di Dio.
Nell’ultima parte del testo si traccia un confronto tra antropologia cristiana e pavesiana: quali i punti essenziali che descrivono la seconda?
L’antropologia pavesiana ci porta a pensare un uomo che non sa trovare in Dio la sua roccia, il suo rifugio sicuro. Un uomo che in modo narcisistico si ripiega su se stesso; un uomo che, pur intuendo il valore grande della solidarietà, difficilmente riesce a lottare insieme agli altri per vincere il male, la sofferenza e per creare un mondo nuovo. Anzi l’uomo pavesiano è piuttosto sradicato dalla storia e incapace di esserne un protagonista, per poter così migliorare questo mondo. Un uomo, infine, dominato dal pessimismo piuttosto che dalla speranza. Purtroppo di uomini così descritti ne esistono tanti, anche oggi. E certamente i giovani hanno poco da imparare da essi. Paradossalmente però i giovani, sempre portatori di speranza e costituzionalmente ottimisti, possono essere stimolati efficacemente dall’antropologia pavesiana a desiderare e cercare un’altra concezione dell’uomo: appunto la concezione cristiana.
Scrive Pavese: “Si cessa di essere giovani, quando si capisce che dire un dolore lascia il tempo che trova.” Ma che significa essere giovani oggi, secondo Lei, e quale è il loro rapporto con il dolore?
Penso che essere giovani oggi non sia tanto diverso da ciò che significava essere giovani in passato. Forse oggi i giovani sono più fragili perché, spesso, manca l’influenza protettiva della famiglia e sempre manca il contesto di una società che un tempo era anche esternamente cristiana (o comunque permeata di grandi valori). Qualcuno ha scritto che la sfida per i cristiani, oggi, è “come riuscire a vivere da figli di Dio alle soglie dell’inferno”. Questa sfida riguarda soprattutto i giovani che, spesso, non hanno fatto in tempo a costruirsi una solida formazione umana e cristiana. Analogamente, di fronte al mistero del dolore, del male e della sofferenza dell’innocente, lo “scandalo” per i giovani (come per ogni cristiano) si supera soltanto guardando Colui che, come dice un poeta cristiano francese, “non è venuto a spiegare la croce ma a distendersi sulla croce”. Non esiste nessuna filosofia umana che spieghi il dolore. E Pavese ne è la prova. Esiste però la possibilità di guardare alla croce di Gesù Cristo. E in questa contemplazione cominciamo a capire che, addirittura, noi possiamo partecipare alla Sua Passione. E cooperare con Lui alla salvezza del mondo. Senza dimenticare mai un’altra grande lezione, quella di Alessandro Manzoni (posta a conclusione de “I Promessi Sposi”): “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande”.
Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2008 Giuseppe Molinari, “O TU, abbi pietà” edizioni Ancora
“O Tu, abbi pietà” di Giuseppe Molinari indaga il percorso di indagine religiosa nell’opera di Cesare Pavese e la sua personale esperienza nella ricerca di Dio, tentando di ricostruire quel drammatico itinerario che portò il grande narratore italiano al gesto più solitario e disperato. Dopo alcune pagine di introduzione, nella quali si chiarisce il senso di tragico pessimismo che attraversa e determina le opere di Pavese e si espone la sua concezione della vita come una prigione, che genera disperazione e dalla quale non è possibile evadere, l’autore sceglie di procedere per temi significativi: il tema del dolore, della solitudine,dell’amicizia e della morte. Emerge un ritratto del narratore piemontese come incapace a vivere nel rapportarsi alla sofferenza, rifiutando le relazioni e volgendosi alla ricerca della morte come unica soluzione. Costante e prezioso il riferimento alle lettere, ai romanzi e ai loro personaggi, altrettanti specchi e sfaccettature di Pavese stesso, chiusi in se stessi, incapaci di dialogo, inetti rispetto al conteso ed alla storia che è dato loro di sperimentare e di vivere. Nella seconda parte si affronta il tema specifico della ricerca di Dio: dalla percezione della sua assenza, all’incontro. al rifiuto e alla propria ricaduta. Infine un serrato confronto tra l’antropologia cristiana e l’idea di persona che Pavese testimonia. Il testo è di facile lettura, anche se le frequenti citazioni e riferimenti potrebbero farlo sembrare un saggio per addetti ai lavori, che comunque qui trovano un taglio e una trattazione originali Ancor più interessante risulterà avvicinarsi alle pagine e le tesi di questo libro, sapendo che il suo autore, in passato docente di religione e Teologia morale, oggi coltiva la sua passione letteraria da Arcivescovo della città dell’Aquila
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