| Vivere nel fuoco dell'amore, anima e corpo |
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| Venerdì 22 Maggio 2009 09:21 | |||
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Qual è l’idea che Dio ha voluto realizzare creando l’uomo e che valore ha dato al suo corpo? Per cercare di rispondere a questo interrogativo dobbiamo necessariamente compiere un breve passo indietro e ritornare alle origini della creazione del mondo. L’uomo dell’Eden, secondo la narrazione biblica, viveva la pienezza della propria condizione umana e della comunione esclusiva con Dio. Egli, in una sorta di sovranità e di libertà, relativa alle cose create da Dio, poteva fare e disporre di ogni cosa. “In quella soglia originaria – descritta nel Libro della Genesi – vediamo collocato dapprima l’uomo (l’Adamo), ancora sessualmente indifferenziato, che è “solo”: nel mondo appena creato non c’è alcun’altra creatura in cui egli possa riconoscersi, nessuno che possa «stargli di fronte», se non Dio. Adamo esperimenta certamente un legame con tutta la realtà circostante, e lo sperimenta nella sua stessa corporeità” (P. Antonio M. Sicari, Ci ha chiamati amici).La primordiale obbedienzaSovranità e libertà derivavano da quella particolare e primordiale obbedienza che legava l’uomo a Dio e lo custodiva dentro una comunione ancora più grande. Per Adamo ed Eva l’obbedienza rivolta a Dio non minacciava in alcun modo la loro personale libertà. Obbedire significava godere dell’ordine stesso. “Niente era più semplice di questo ordine, poiché in esso gli uomini servivano Dio, e tutto il resto serviva gli uomini. Era un’obbedienza che non costava sforzo, poiché ad essi non veniva in mente di contrapporre la propria volontà alla volontà di Dio. Perciò essi non dovevano affatto rinunciare alla propria volontà per fare la volontà di Dio. La loro volontà era semplicemente e ovviamente identica con questa obbedienza, era solo lo strumento che essi usavano per obbedire, e in forza di questa concordia con Dio essi si sapevano e si sentivano sovranamente liberi nella creazione” (H. U. von Balthasar). La libertà dell’uomo era custodita, dunque, dentro questo particolare e fiducioso rapporto di obbedienza, contraddistinto dalla gratitudine e dall’amore. Si trattava, insomma, di quel singolare moto dell’animo umano chiamato “fede”, una fede pura e assoluta. Dentro questo rapporto di speciale comunione e in risposta all’amore elargito da Dio l’uomo godeva soltanto del “bene”; essi – afferma von Balthasar – “vivevano nel fuoco dell’amore”. “Se l’uomo avesse mandato in frantumi la fede mutandola in curiosità di sapere, per portare in luce la nuda ragione nascosta in essa, una ragione senza la fede, allora gli si sarebbero davvero aperti gli occhi, e avrebbe saputo allora quello che Dio saggiamente gli teneva nascosto: la distinzione di bene e male, che adesso improvvisamente non ha per contenuto nient’altro che il riconoscimento della propria nudità” (H.U. von Balthasar). L’inganno del serpente L’uomo, in questa primordiale esperienza di fede, non è oppresso dal divieto di Dio: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell`albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2, 16-17); il serpente, invece, astutamente e attraverso il linguaggio della menzogna, distorce il senso di quella originaria obbedienza insinuando il sospetto nel cuore degli uomini: «Egli disse alla donna: “E' vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” » (Gen 3, 1-5). Il peccato, dunque, ha lasciato nel corpo degli uomini le tracce di quella originaria disobbedienza, come una ferita non ancora del tutto sanata. Ciascun uomo è stato pensato da Dio capace di esprimere e comunicare l’amore con tutto se stesso, attraverso l’anima e il corpo. “Dio voleva che la sessualità umana esprimesse il miracolo di una materia spirituale, e la Chiesa sa quanto sia grave il tormento di una sessualità che si rinchiude e si dispera nel solo carcere della materia” (P. Antonio M. Sicari). Un corpo per incontrare Dio Il nostro corpo non è un oggetto che è possibile stropicciare e offendere a seconda delle circostanze della vita o dei propri istinti sessuali. Usare il corpo di un altro vuol dire entrare nel suo stesso “io”. Ciascuno di noi, infatti, può esprimere se stesso anche attraverso la propria fisicità. Perfino il più piccolo stato d’animo, come per esempio la gioia o la tristezza, viene registrato nel nostro corpo e mostrato attraverso il corpo stesso con un sorriso o uno sguardo mesto. Quando il corpo di un’altra persona viene offeso e squallidamente degradato da gesti di violenza viene in qualche modo espropriato della propria intimità ed identità personale. «Si può prendere un corpo (proprio o altrui) e manipolarlo fino a fargli esprimere tutta la propria disperazione: molta pornografia e molte perversioni sessuali non sono altro che l’espressione disperata di chi usa il corpo cercandoci dentro, da ogni lato, un’anima in cui non si crede più» (Antonio Sicari). L’unione sessuale di due corpi può esprimere addirittura due realtà assolutamente e drammaticamente opposte. Ci si può donare all’altro (amandosi) col desiderio di diventare con lui una cosa sola e di appartenergli sempre, nell’anima e nel corpo; oppure (tecnicamente in modo analogo) si può pretendere di possedere il corpo dell’altro per esprimere attraverso la violenza e la sopraffazione la conquista di uno squallido potere. Si annullano così nella persona offesa i valori principali della dignità umana, della libertà e dell’integrità del proprio corpo, trasformandola in un oggetto del proprio godimento. L’altro non è il terreno delle nostre personali passioni, ma il luogo che Dio ha scelto per farsi incontrare da ogni uomo! “Per questo l'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, «estasi» verso il Divino, ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende” (Benedetto XVI - Deus caritas est, 4). L’uomo è costitutivamente contraddistinto dall’unità di anima e di corpo; egli non potrà diventare veramente se stesso se non impara a riconoscere la meravigliosa e l’armoniosa unità che lo ha generato. “La sfida dell'eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d'altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza” (Benedetto XVI - Deus caritas est, 5). (Dialoghi Carmelitani, Marzo 2009)
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