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di Stefania GIORGI
“Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” (W. B. Yeats)
Un film dal titolo “I ragazzi del coro” [Titolo originale “Entre les murs”, 2008. Regia di Laurent Cantet, Palma d’oro al Festival di Cannes 2009] non poteva non suscitare la mia curiosità, vista la mia passione per il canto corale. Così ho scoperto un vero gioiello di film che ha intascato molti premi soprattutto per la composizione musicale che lo attraversa e che non si limita ad accompagnare il racconto come le solite colonne sonore cinematografiche, ma ne è una protagonista: la musica e il canto diventano strumento di comunicazione, riscatto, maturazione.
Film del 2004, Les choristes racconta la storia di un timido insegnante di musica, Clement Mathieu, compositore fallito, (interpretato da un convincentissimo Gerard Jugnot) che, nella Francia del primo dopoguerra, non trova altro lavoro che quello di sorvegliante in una scuola per ragazzi difficili, abbandonati o separati dalle famiglie. Au fond de l’etang – al fondo dello stagno (questo il nome significativo dell’istituto) - Mathieu vive con dignità assoluta il ruolo di perdente che tutti sembrano attribuirgli, dai colleghi agli alunni, e contrappone subito alla “linea educativa” esclusivamente punitiva del direttore, la dolcezza delle sue clandestine lezioni di musica coinvolgendo i ragazzi in un coro improvvisato. Non lo fa per un teorico progetto pedagogico di uguaglianza e riscatto da realizzare, ma per il sogno di insegnare la sua musica e per una sensata umanità che vuole tenere conto della persona tutta intera e cerca uno strumento perchè possa esprimersi pienamente. Mathieu non è il maestro comprensivo e accondiscendente che si contrappone agli altri adulti che usano solo la coercizione, la minaccia e il ricatto per arginare la ribellione di ragazzi che giudicano al pari di bestie violente e irrecuperabili. Egli sa sgridare e tenere testa anche ai ragazzi più selvaggi, ma valorizza tutto e tutti: è bellissima la scena della formazione del coro in cui il maestro prova le voci e trova per tutti un posto, anche per Pepinot, il bimbo stonato a cui affida il compito di fare da leggio. Mai rassegnato, di fronte a scherzi e provocazioni degli alunni, umiliazioni del direttore, incomprensioni dei colleghi, Mathieu entra nel cuore di tutti e un’aria nuova entra nell’istituto. Attraverso la bellezza della musica e dell’impegno collettivo per realizzarla, egli permette ad ognuno di vedere, forse per la prima volta, la bellezza della propria persona. Le voci, dapprima sgraziate e incomprensibili, diventano belle e armoniose, come i volti dei ragazzi, all’inizio abbruttiti e in seguito finalmente sorridenti. Insieme, condotti da un maestro, ma non annullati e appiattiti, poichè ogni singola voce è necessaria alla manifestazione della bellezza. L’aria nuova portata dal sorvegliante, ormai diventato insegnante di musica, durerà però poco e per aver trasgredito ai regolamenti e all’autorità, Mathieu verrà infine licenziato, ma non senza aver lasciato nei cuori dei suoi allievi l’eredità di una speranza nuova, di una possibilità di futuro per tutti, anche per i più abbandonati. E la sua capacità educativa raggiunge il punto più alto proprio nella decisione finale di realizzare per il piccolo Pepinot l’attesa più grande: avere una guida e un maestro che sia anche un vero padre. È invece molto più recente, e altrettanto discusso e commentato, il film-verità del 2008 di Laurent Cantet “La classe (Entre les murs)” , Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes. Tratto dal libro dell’insegnante François Bégaudeau che proprio nel film interpreta il professor Marin, La classe si propone di descrivere in modo apparentemente realistico, il percorso annuale di una ventina di studenti francesi e stranieri della periferia parigina tra i tredici e i quattordici anni. Effettivamente siamo di fronte ad un’esperienza reale in cui i giovani protagonisti sono proprio studenti di quel particolare ambiente, e non attori professionisti, che sono stati filmati durante tutto l’anno scolastico seguendo soltanto acune linee narrative sviluppate dal regista. Come dice il sottotitolo, il film rimane sempre “dentro le mura”, cioè tra le pareti dell’aula scolastica, dove assistiamo alla quotidiana battaglia tra un insegnante e i suoi allievi, con tutta la sua combinazione di elementi: le facce svogliate e distratte, i tic, le piccole nevrosi, il tentativo di un dialogo fatto di domande e di provocazioni del professore per svegliare i suoi ragazzi, contrapposto al sarcasmo delle loro risposte, all’indolenza e alla presunzione con cui vivono l’istruzione e l’obbligo di una disciplina e di un’autorità che non riconoscono. Ne risulta un quadro, a mio parere, abbastanza sconfortante: il professore pur nella sua ammirevole pazienza, costanza e comprensione, non riesce a superare la separazione tra i loro mondi che gli stessi allievi gli ricordano in continuazione (attraverso l’uso dell’argot, del dialetto, rispetto alla lingua francese, o rimarcando con tutti i possibili segni esteriori la loro identità culturale di immigrati o figli di immigrati, esclusi dalla società normale). L’educatore alla fine, per quanto appassionato e preparato, assume i contorni di un idealista che “naviga a vista” cercando disperatamente il canale giusto per entrare in contatto con gli allievi, seguendo anche i loro stessi mezzi linguistici, per estrarli dal groviglio di problemi adolescenziali e sociali che li definiscono, ma che spesso cade in equivoci e giudizi affrettati. Non convince i ragazzi che ha di fronte: sentono di far parte di un progetto, molto utile e istruttivo, ma che non è un vero rapporto in cui ci si sente guardati, ed essi non riescono a vedere nella meta scolastica indicata dal professore un obiettivo personale da conquistare.
Due descrizioni dell’educazione, due diversi tentativi di comunicare che c’è un diamante racchiuso dentro ciascuno, due modi di provare ad estrarlo per farlo splendere. I film che vi ho proposto vanno probabilmente visti non in maniera contrapposta, ma complementare: per godere da una parte della serenità di un educatore naturale come il musicista Mathieu che cerca di colmare di bellezza la solitudine e il disprezzo che hanno svilito i ragazzi dell’istituto, e dall’altra per non inciampare negli errori del professor Marin che non sa bene dove condurre i suoi studenti se non verso una riduzione del loro svantaggio sociale, dimenticando tutto il resto del loro mondo. (Dialoghi Carmelitani, Settembre 2009)
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