Laici e Consigli Evangelici. In atto. PDF Stampa E-mail
Venerdì 02 Gennaio 2009 11:50

di Lella Tomasini

Questa volta le parole sono verginità, povertà, obbedienza.
Non saranno però l’esito delle discussioni in Assemblea o in Consiglio generale, ma il precipitato di una realtà vissuta.
Sono tornata da una visita in Romania alle comunità di Bucarest e Ciocanari.
Non voglio parlarvi del valore di un’opera come il Villaggio dei ragazzi, o del progetto di costruzione di una casa per la comunità del Mec a Bucarest, o delle tabare estive con i nostri ragazzi, di cui sapete già qualcosa, ma di quello che sta dietro le quinte, ovvero degli attori che stanno mettendo in opera l’opera.
Bucarest: uno dei blok degli anni ‘80 con i quali Ceausescu ha ricostruito una città grande e malinconica. Beppe ed io scivoliamo velocemente nell’ingresso spoglio piastrellato in verdino chiaro alternato a cemento grigio e vecchio, per varcare la porta di un appartamentino che subito ci fa sentire a casa nostra. L’interno è caldo, muri bianchi e mobili in legno chiaro. Stile rigorosamente minimalista, ma veramente accogliente, come chi ci abita. Un appartamento come tanti: due camere, cucina-salotto, studio e bagno, libri e fogli dappertutto, ma con qualcosa in più. Una piccola stanza adibita a cappella per la preghiera. Piccolissima. Ci stanno a mala pena l’icona e due inginocchiatoi. Ci ha pregato non molto tempo fa Don Benzi, che passava da Bucarest in visita alle sue comunità. Vi è rimasto in preghiera fino alle due del mattino e poi se ne è andato a dormire in una delle camerette.
Adriana ci invita a sedere, ci offre da bere e subito comincia a parlare della comunità di Bucarest, apre il computer per mettere in mostra il progetto della nuova sede e parla parla parla. Ma praticamente solo con Beppe, perché io capisco veramente poco di planimetrie e simili, fino a quando si dimenticano definitivamente di me, e allora ne approfitto per fare un salto in cucina e finire le melanzane grigliate rimaste sul tavolo.

Adriana è stata la prima donna a lasciare l’Italia per amore del Mec in Romania. E’ arrivata qui nel 2003 e da allora non ha mai pensato di tornare a casa sua, anche perché l’ha venduta per potersi trasferire lì. A lei fanno riferimento le nostre comunità romene. Ha dovuto imparare la lingua, frequentare per anni gli uffici della burocrazia romena e permettere così il riconoscimento giuridico del nostro Movimento, che infatti lì è il Miscarea Ecleziala Carmelitana, dare vita ad un piccolo atelier di oggetti di artigianato con i primi ragazzi incontrati nei dintorni e impostare l’import-export di materiali destinati alla carità. E poi essere a disposizione di tutti: dei nuovi amici romeni che man mano sono aumentati e dei vecchi amici italiani che arrivano di tanto in tanto a dare gratuitamente una mano per un sacco di bisogni. Organizzare la vita delle comunità, tenere la scuola di cristianesimo, stampare libretti e volantini, interloquire con architetti e muratori, insomma spendere minuti, ore, giornate ed anni per qualcosa che non le apparterrà mai.

Quanta verginità, povertà e obbedienza sarà costato tutto ciò?

E intanto Dio ha trovato nuovo spazio in quel pezzo di mondo rinnovato. Storie disparate si sono annodate e sviluppate in modo impensabile, come in un tappeto di cui non sappiamo ancora bene vedere la trama.

Ciocanari: una campagna piatta e distesa a perdita d’occhio, villaggio rom fatto con casette di fango e pavimenti in terra battuta, una povertà difficile anche solo da immaginare per noi. Superate le casette ci addentriamo nella campagna immersa nella nebbia. Sulla strada bianca corrono bambini malvestiti, bellissimi, e ai cancelli si affacciano donne anziane con il fazzoletto in testa e la gonna lunga fino ai piedi. Beppe costringe la nostra macchina a fermarsi e abbassa il finestrino. Guarda con soddisfazione e perfino un po’ di tenerezza i germogli che a me sembrano soltanto la solita erba e invece sono grano. "Bravi! Quest’anno è proprio bello, speriamo di fare un buon raccolto quando verrà il momento". Intanto Lisetta, Paolo, Franca, Lucio, Daniela, Giuseppe e Adrian ci sono venuti incontro, attraversando i campi di proprietà del nostro villaggio. Bavero del giaccone alzato per ripararci dal freddo pungente, ci aggiriamo attorno alle due grandi case che hanno dato il via al famoso Villaggio dei ragazzi. Sembrano disegnate da un bambino di seconda elementare: tetto spiovente di coppi rossi, muri lisci, finestre regolari con ante verdi e porta d’entrata al centro, anch’essa verde. Drina è rimasta in casa per prepararci una buona torta di mele e per tenere i bambini al riparo dal freddo. Tutto intorno prati, prati e ancora prati. Chissà quanto grano daranno!

I bambini ci accolgono con gioia e ci mostrano un disegno solo cominciato. E’ per me, cioè per tutti noi, visto che vado lì a nome di tutti.
Drina e Adrian con i loro due figli piccoli sono la famiglia romena che si è unita alle coppie italiane che costituiscono, insieme a Enzo e Cettina, rientrati in Italia dopo 3 anni, il primo nucleo della "famiglia di famiglie" in cui potranno essere accolti bambini orfani o sottratti alla patria potestà, per svariati motivi.
In Romania, si sa, il problema dell’infanzia negata è tristemente diffuso e chiede risposte urgenti. E allora questi nostri carissimi amici hanno risposto.

In queste prime due case sono passati già diversi bambini, con età e problemi diversi. E intanto gli uomini, ma anche le donne, hanno frequentato uffici e ottenuto permessi, comprato e venduto terreni, coltivato patate, broccoli e grano in compagnia dei contadini rom o litigando con i loro cavalli perché mangiano il grano appena spuntato, costruito ripari più o meno solidi per i ragazzi che in estate vengono qui a fare la tabara e poi mille altre cose ancora.
Si avvicinava il tempo della meritata pensione, dopo una vita di lavoro. Si avvicinava il tempo di una compagnia più matura ai figli già abbastanza grandi, ma sempre figli. Si poteva forse incominciare a godere il tepore della propria casa, che è un po’ lo specchio di un’intera esistenza piena di affetti e di attese, con il tempo di riposare un po’ su quel benedetto divano così poco usato, e invece no. Si fanno le valigie, con poche cose necessarie; si salutano i figli, alcuni ancora in casa e alle prese con l’università, altri sposati con qualche bambino, altri giusto da sposare a giorni. Una vita, un’intera grande, buona e bella vita lasciata alle spalle, per cominciarne un’altra sconosciuta e tutta da inventare in un luogo lontano, povero, immensamente più povero di quello consueto, costruito con amore nella propria casa.

Abbraccio le mie coetanee con un po’ di malinconia, come per condividere, almeno nelle intenzioni, il loro sacrificio. E invece vengo aspramente rimproverata da Lisetta, con quell’accento trentino-da-maestra-in-pensione che mi mette subito in riga. "Ma sei matta? Ma guarda che noi siamo molto felici!" e le altre si accodano in un coro di approvazione. Insomma vengo messa subito a tacere. Non che abbia detto e pensato cose false, ma la logica qui è un’altra. Quando uno parte per aprire le porte alla bontà del Signore, perché possa essere distribuita a chi ne ha un gran bisogno, sembra proprio che niente venga perso o lasciato, ma tutto riguadagnato e abbracciato con una nuova grande tenerezza. Le braccia si allargano e ci sta dentro tutto: il passato e il nuovo presente.

Quanta verginità, povertà e obbedienza sarà costato tutto ciò?
E intanto Dio ha trovato nuovo spazio in quel pezzo di mondo rinnovato. Storie disparate si sono annodate e sviluppate in modo impensabile, come in un tappeto di cui non sappiamo ancora bene vedere la trama.

Dialoghi Carmelitani, Dicembre 2008

 

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