| I due mercanti |
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| Venerdì 26 Settembre 2008 09:41 | |||
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Racconti Era il tempo in cui le carovane dei mercanti attraversavano il deserto in ogni direzione, collegando tra loro un gran numero di città che, come isole, erano circondate da un mare di dune sabbiose. Le carovane erano l’unico filo che collegava queste città. Uno si chiamava Dario, era originario di Drome, un piccolo villaggio che sorgeva nei pressi di un’oasi che era stata sepolta da una tempesta di sabbia che era durata un mese intero. Egli era un uomo avido e senza scrupoli, la sua unica passione era il denaro. Niente poteva commuoverlo perché ormai era come se il suo cuore fosse ricoperto d’oro. Le sue carovane erano composte da file interminabili di cammelli, le sue ricchezze erano tali che numerosi forzieri non erano in grado di contenerle tutte. Il suo palazzo si stagliava come una rupe nel deserto ed era circondato da una vera e propria città fatta di stalle e maneggi, dove i cammelli, fonte delle sue ricchezze, si nutrivano e si riposavano dopo ogni viaggio. L’altro mercante aveva un cuore semplice e umile. Il suo nome era Jafar. Viveva in una grande tenda e con i suoi domestici e i suoi dipendenti seguiva la carovana durante gli spostamenti. A dire la verità non si trattava di una vera e propria carovana, ma era come se un intero villaggio, con le sue case e i suoi abitanti seguisse Jafar durante il suo interminabile peregrinare. Vi erano i cammelli, tanti quanti erano i pesci di un lago; alcuni trasportavano le mercanzie, altri le tende dei mercanti, altri ancora portavano i mercanti stessi. Dietro i cammelli venivano i pastori con i loro greggi così fitti che anche il deserto sembrava scomparire sotto di loro. C’erano i maniscalchi, i fornai, i macellai, i soldati che proteggevano la carovana dagli assalti dei ladroni e infine Jafar, con la sua tenda e la sua famiglia, i suoi servi e i suoi ospiti. Quando era in fila, pronta per la marcia, la carovana di Jafar sembrava lunga quanto l’orizzonte. È evidente che Jafar non fosse povero, ma non si può neppure dire che nuotasse nell’oro. Gran parte dei suoi guadagni erano spesi per beneficare quello che una volta era soltanto un gruppo dei suoi dipendenti e che ora era diventato il suo popolo. A che gli faceva notare la vastità della sua proprietà e il gran numero di persone al suo seguito, Jafar rispondeva che l’unica cosa grande che possedeva era la responsabilità nei confronti di tanti amici e parenti. Dario e Jafar si disputavano il commercio nel deserto finché un giorno un giovane pastore si presentò al palazzo di Dario. All’udire la parola “re” Dario si fece attento e, quando il pastore smise di parlare, con lo sguardo pieno di cupidigia, disse: «Tu dunque sei messaggero di un re e porti molto oro con il quale potrai pagarti il viaggio…». Il giorno dopo lo stesso pastore si presentò alla tenda di Jafar. Il mercante lo accolse cordialmente e, poiché era l’ora del pranzo, lo invitò ad unirsi alla sua famiglia. Scese le scale del palazzo e si recò alle stalle. Stava già per dare un terribile calcione al primo cammelliere che gli si risarebbe parato davanti quando si accorse che tutti erano radunati attorno ai recinti e stavano osservando esterefatti i cammelli. Tutti sanno che i cammelli nelle loro gobbe immagazzinano le riserve di acqua e di cibo che consumano poi nei loro lunghi viaggi nel deserto. Da quel giorno i cammelli di Dario poterono compiere solo la metà del percorso di Jafar e ciò non giovò molto ai suoi affari, così che l’oro contenuto nei suoi forzieri cominciò a diminuire notevolmente. Al contrario la carovana di Jafar ne trasse profitto e molte altre persone si unirono al suo popolo. I cammelli con una sola gobba, in ricordo della maledizione caduta su Dario, furono chiamati i cammelli di Dario di Drome che col tempo divennero più brevemente i “Dromedari”
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