| La solitudine dei bambini e il Buon Dio in tasca |
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| Venerdì 21 Novembre 2008 08:49 | |||
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(da “Le storie del buon Dio” di Rainer Maria Rilke) (Un poeta racconta una storia alle nuvole, come se fosse anche lui una nuvola) Una stanza con degli uomini. Io mi trovo discretamente in alto e così essi hanno ai miei occhi l’aspetto dei bambini.[…] Una stanza, dunque, con dei bambini. Due, cinque, sei, sette bambini. “[…] Qui si tratta anzitutto, d’altra parte, dei genitori, perché ad essi in un certo qual modo incom-be il dovere di istruirci su queste cose.[…] Che cosa fanno i nostri genitori? Si aggirano con visi cattivi e corrucciati, mai soddisfatti di nulla, gridano, rimproverano… pure, con tutto questo sono così indifferenti, che se il mondo sprofondasse se ne accorgerebbero appena. Hanno qualche cosa che chiamano ‘ideali’. Forse si tratta di una specie di bimbi molto piccoli che non possono restare mai soli ed esigono molta attenzione: ma allora non avrebbero dovuto avere noi. Dunque, ragazzi, io la penso così: se i genitori ci trascurano, questo, certo, è molto triste. Ma noi comunque saremmo disposti a sopportarlo se ciò non fosse una prova che i grandi in generale istupidiscono, regredisco-no, se si può dire. […] I grandi diventeranno sempre più sciocchi…non importa: che cosa possiamo perdere con questo? L’educazione? Essi si tolgono il cappello quando si trovano uno di fronte all’altro, e se appare alla vista una testa calva, ridono. D’altra parte ridono continuamente. Se noi non fossimo tanto saggi da piangere di tanto in tanto, non vi sarebbe nessun equilibrio neppure in questo. […] Pure, accanto a tutto questo superfluo, i grandi possiedono qualche cosa che per noi non può essere indifferente: il buon Dio. Sì, è vero che io non l’ho mai veduto con uno di loro, ma è proprio un tale fatto che mi insospettisce. Mi è venuto in mente, ripensandoci, che essi, nella loro distrazione, nella loro febbrile attività, possano averlo perduto in qualche luogo. Tuttavia, nonostan-te tutto, egli rappresenta qualcosa di necessario. Molte cose non possono accadere senza di lui, il so-le non può levarsi, i bambini venire alla luce, persino il pane finirebbe. Anche se esce dalla bottega del fornaio, è però il buon Dio, che seduto, fa girare i grandi mulini. Si possono trovare facilmente molte ragioni per cui il buon Dio rappresenta qualche cosa di indispensabile. Ma il fatto è che i grandi non si occupano di lui; e allora è a noi piccoli che incombe tale obbligo. Sentite che cosa ho pensato. Noi siamo sette bambini. Ognuno deve portare il buon Dio per un giorno, perché egli possa stare con noi tutta la settimana e sia sempre possibile sapere dove esattamente si trova.” Vi fu a questo punto un istante di grave imbarazzo. Come attuare tale proposta? Era possibile pren-dere il buon Dio in mano o cacciarlo in tasca? […] Gianni a un tratto esclamò: Colui che deteneva il buon Dio poteva essere d’acchito individuato dall’andatura un poco rigida e solenne, dal viso domenicale. I primi tre giorni i bimbi non parlarono d’altro. Ad ogni istante uno chiedeva di vedere il buon Dio - e sebbene la grande dignità non fosse stata causa di nessuna tra-sformazione del ditale, la qualità di ditale appariva ora in lui come una veste modesta intorno alla sua vera figura. Tutto procedeva in ordine. Mercoledì lo ebbe Paolo, Giovedì la piccola Anna. Ven-ne il sabato. I bambini giocavano a rincorrersi vocianti e ansimanti, quando Gianni d’un tratto gri-dò: “Chi ha il buon Dio?” Si fermarono tutti. Ognuno guardò in faccia l’altro. Nessuno ricordava di averlo veduto da due giorni. Gianni fece i suoi calcoli per sapere chi era di turno: toccava alla piccola Maria. E alla picco-la Maria fu chiesto subito conto del buon Dio. Che fare? La piccola si frugò nelle tasche. Solo allora le venne in mente di averlo ricevuto il mattino: ma lo aveva perduto, probabilmente durante il gio-co. Ma Maria continuava a cercare. Il prato, via via che la luce calava, si faceva sempre più estraneo e l’erba cominciò a diventare bagnata, quando sopraggiunse ancora un uomo. Si chinò sulla piccola: “ Che cosa cerchi?”
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