|
Davvero singolare è la notizia battuta in questi giorni dalla stampa anglosassone e pubblicata sulla rivista Biological Psychiatry. Una recente ricerca inglese, condotta da alcuni esperti dell’Università di Cambridge, sembra sia in grado di dimostrare che il comportamento antisociale e violento di molti giovani è da imputare ad un deficit di “cortisolo”. Questo ormone, in particolari situazioni di stress, aumenterebbe la sua attività nel sangue aiutando il soggetto a controllare le emozioni, soprattutto quelle impulsive e violente. I soggetti più giovani, in assenza di tale reazione ormonale, risulterebbero così più esposti ad alterazioni di tipo comportamentale che possono spesso sfociare in violenza. Un’alterazione biochimica sarebbe, dunque, alla base del fenomeno più comunemente conosciuto con il nome di “bullismo”.
Con tutto il rispetto per l’esito di tali ricerche, credo si debba tenere conto anche di altri fattori legati alla sensibilità di una persona. Il bullo è, per la maggior parte dei casi, colui che cerca a tutti i costi di conquistare una posizione di spicco all’interno di un gruppo. La manifestazione di determinati comportamenti violenti, nel ragazzo, sono spesso letti dagli psicologi come l’estremo tentativo di attirare a sé l’attenzione degli altri. Se tali episodi, in passato, erano però moderatamente contenuti oggi non si può dire la stessa cosa. C’è da aggiungere che, ai giorni nostri, il ruolo del bullo non lo si riconduce più alle bravate di un singolo individuo ma ad un vero e proprio gruppo di persone capaci di esprimersi con estrema malvagità! Insomma la realtà si è ulteriormente complicata. Ma come mai siamo arrivati a questo punto? Rintraccio delle osservazioni interessanti nell’analisi proposta da Vittorino Andreoli, psichiatra e scrittore italiano: “La società si fonda sulla competizione a ogni livello, secondo il principio di superare sempre l'altro, di collocarsi ai primi posti e per raggiungerli non ci sono limiti: identificare i competitori, i nemici e combatterli anche preventivamente denigrandoli, colpendoli quando meno se lo aspettano. E così si sviluppa la società del nemico, dove tutti sono nemici, fino a prova contraria, dove è bene non fidarsi di nessuno. E ciò promuove un individualismo sfrenato o la appartenenza a piccoli clan”. E’ vero, chi ti sta accanto, spesso, è considerato una minaccia, un pericolo, un nemico da abbattere al più presto… e i motivi possono essere tanti. Persino tra gli alunni di una classe, l’inimicizia può diventare una vera e propria patologia da curare. La superficialità e la banalità di certi rapporti interpersonali, poi, recensiti attraverso alcune trasmissioni televisive (tanto seguite dai più giovani e dove tutti sono contro tutto), rendono ancora più evidente il conflitto morale e concettuale tra un sistema educativo rivolto al bene comune della persona e una trama di iniziative, interventi e giudizi vòlti a conquistare frange di successo o di potere a discapito degli altri. La società odierna tende a standardizzare i rapporti interpersonali e ad imprigionare ogni individuo nel proprio particolare piuttosto che permettergli di aprirsi agli altri. Una radicale forma di relativismo verso cui la nostra società sembra tristemente orientata. Non credo, pertanto, che la dinamica del bullismo possa essere ricondotta esclusivamente ad uno scientifico disturbo organico! Michelangelo Nasca
|