A proposito del dibattito su Pio XII PDF Stampa E-mail
Martedì 02 Febbraio 2010 15:51

Novità che novità non sono
di Raffaele ALESSANDRINI"

Di fronte alla Shoah hanno taciuto gli Alleati e tutti quanti, ma ne viene chiesto conto solo a Pio XII, gli altri non vengono mai messi in discussione". Il cardinale Achille Silvestrini testimone e per lunghi anni protagonista di primo piano della diplomazia vaticana, in un'intervista a "La Stampa" del 1° febbraio, rilasciata a Giacomo Galeazzi, così reagisce di fronte all'ennesimo atto di accusa mosso a Papa Pacelli.

Questa volta le "novità" sarebbero costituite da due documenti provenienti, a quanto si apprende, dagli archivi britannici di Kew Gardens:  un telegramma del 19 ottobre 1943 e una lettera del 10 novembre 1944.
Nel primo documento l'incaricato d'affari statunitense Harold Tittmann descrive la cautela formale di Pio XII all'indomani della deportazione degli ebrei romani. Egli però si adoperava logicamente a non incrinare il rispetto mostrato per la Santa Sede fino a quel momento dai tedeschi. "In quel tragico periodo - sottolinea il cardinale Silvestrini - il Papa aveva la preoccupazione che i tedeschi lasciassero Roma tranquilla e ne rispettassero il carattere sacro". E non si trattava di una scelta contro gli ebrei. Tutt'altro. Proprio quell'atteggiamento prudente avrebbe permesso di agire in modo efficace e concreto. Per gli ebrei e per tanti altri perseguitati. Ogni gesto plateale di protesta o di ribellione sarebbe stato controproducente.
"Al tempo stesso - ha detto il porporato - il Papa si prodigava affinché nelle chiese e negli istituti cattolici fossero ospitati quanti più ebrei possibile (...) ma una protesta esplicita avrebbe procurato più danni che vantaggi". E Papa Pacelli conosceva la situazione molto meglio di tanti altri, ricorda il cardinale Silvestrini. Era stato nunzio a Monaco e a Berlino dal 1917 al 1929, era stato favorevole alla Repubblica di Weimar. Sapeva bene che cosa fosse il nazismo.

Nell'altro documento, dell'autunno del 1944, si riferisce di un colloquio tra l'ambasciatore britannico Francis D'Arcy Osborne e Pio XII relativo ai massacri degli ebrei d'Ungheria perpetrati dai nazisti proprio nei giorni in cui presso la Sede Apostolica, pervenivano continue richieste di denuncia dei crimini stalinisti nei Paesi baltici e in Polonia. Mentre l'ambasciatore caldeggiava una denuncia pubblica delle atrocità naziste, suggeriva di tacere su quelle commesse dagli alleati sovietici. Il Papa preferì invece attenersi coerentemente alla sua linea di prudenza:  "Condannare il peccato e non il peccatore", come ha ricordato anche lo storico Andrea Riccardi in un'intervista a "Il Corriere della Sera" del 1 febbraio rilasciata ad Antonio Carioti.
Del resto, ha detto ancora il cardinale Silvestrini, "Pio XII considerava quanto accaduto ai vescovi olandesi un monito a non fare altrettanto. L'episcopato d'Olanda aveva scritto una lettera che condannava "lo spietato e ingiusto trattamento riservato agli ebrei". Quel documento venne letto nelle chiese olandesi nel luglio del 1942". Le intenzioni erano ottime, ma i risultati furono disastrosi. E "proprio nel Paese in cui i sacerdoti avevano denunciato più duramente le persecuzioni ebraiche, ci furono più deportazioni che in qualunque altro Stato dell'Europa Occidentale".

L'Osservatore Romano - 1-2 febbraio 2010)

 

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