«Ci sono uomini che vedono più lontano di altri»

«Ci sono uomini che vedono più lontano di altri, che pensano più profondamente e che agiscono in modo anche sorprendente. Tra questi uomini c’è Giovanni Paolo II».[1]  Le parole appena citate non sono del solito cattolico d’antan, ancora devoto al Papa, ma niente meno che di Michail Gorbačëv, l’ultimo Presidente dell’Unione Sovietica. Pensando al viaggio di Papa Francesco in Iraq, ci sono venute in mente queste parole perché Giovanni Paolo II «pensò» e «vide» questo stesso viaggio fin dal 1994 e ben prima che, alcuni anni dopo, i potenti del tempo ne impedissero la realizzazione.

La preparazione

Il primo accenno a questo viaggio Giovanni Paolo II lo fece nella lettera apostolica Tertio millennio ineunte del novembre 1994, nella quale egli annunciava a tutta la Chiesa il programma di preparazione al Grande Giubileo dell’anno 2000.  Così scriveva: «Al momento presente, tra le mete di pellegrinaggio vivamente desiderate, vi è, oltre a Sarajevo in Bosnia ed Erzegovina, il Medio Oriente: il Libano, Gerusalemme e la Terra Santa. Sarebbe molto eloquente se, in occasione dell’Anno 2000, fosse possibile visitare tutti quei luoghi che si trovano sul cammino del Popolo di Dio dell’Antica Alleanza, a partire dai luoghi di Abramo e di Mosè, attraverso l’Egitto e il Monte Sinai, fino a Damasco, città che fu testimone della conversione di san Paolo» (n. 24).

Approssimandosi all’inizio delle celebrazioni giubilari, il 29 giugno 1999 egli scrisse la Lettera A quanti si dispongono a celebrare nella fede il Grande Giubileo. In realtà essa era una lunga e profonda meditazione sul senso del pellegrinaggio ai luoghi legati alla storia della salvezza.  Al paragrafo n. 5 così si esprimeva: «Il punto di partenza [del pellegrinaggio] saranno alcuni luoghi tipici dell’Antico Testamento. Desidero in questo modo esprimere la coscienza che la Chiesa ha del suo legame inscindibile con l’antico popolo dell’Alleanza. Abramo è anche per noi il «padre nella fede» per antonomasia (cfr Rm 4; Gal 3, 6-9; Eb 11, 8-19). Nel Vangelo di Giovanni si legge la parola che Cristo pronunciò un giorno a proposito di lui: «Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò» (8, 56).
Proprio ad Abramo è legata la prima tappa del viaggio che coltivo nel desiderio. Mi piacerebbe infatti recarmi, se è volontà di Dio, ad Ur dei Caldei, l’attuale Tal al Muqayyar nel sud dell’Iraq, città in cui, secondo il racconto biblico, Abramo udì la parola del Signore che lo strappava alla sua terra[2], al suo popolo, in certo senso a se stesso, per farne lo strumento di un disegno di salvezza che abbracciava il futuro popolo dell’alleanza ed anzi tutti i popoli del mondo: «Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria, e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”» (Gn 12, 13). Con queste parole inizia il grande cammino del Popolo di Dio. Ad Abramo guardano non soltanto quanti vantano una discendenza fisica da lui, ma anche quanti – e sono innumerevoli – si sentono sua discendenza «spirituale», perché ne condividono la fede e l’abbandono senza riserve all’iniziativa salvifica dell’Onnipotente».

Con estremo realismo il Papa contemplava anche la dolorosa ipotesi che tale pellegrinaggio, per ragioni non dipendenti dalla sua volontà, potesse essere annullato. Nella Lettera del 29 giugno manifestava così il suo pensiero in proposito: «Abbandonandomi totalmente a quanto disporrà la divina volontà, sarei lieto se questo disegno [del pellegrinaggio ai principali luoghi della salvezza] potesse essere realizzato almeno nei suoi punti essenziali. Si tratta di un pellegrinaggio esclusivamente religioso, sia per la sua natura che per le sue finalità, e sarei addolorato se si attribuissero a questo mio progetto significati diversi[3]. Fin d’ora anzi lo sto compiendo in senso spirituale, giacché andare anche solo col pensiero a questi luoghi significa in qualche modo rileggere il Vangelo stesso, significa ripercorrere le strade che la Rivelazione ha percorso» (n. 10).

Nel febbraio del 2017, in un articolo per L’Osservatore Romano[4], il Cardinale Giovanni Battista Re ha raccontato che nel giugno del 1999 una delegazione del Governo americano venne in Vaticano per manifestare tutta la contrarietà del proprio Governo al programmato viaggio. Le ragioni erano ovviamente tutte di natura geopolitica.  Nonostante questa contrarietà, Giovanni Paolo II decise di non annullare il previsto viaggio perché «era motivato da valide ragioni religiose in preparazione al giubileo del 2000», come ha scritto il Cardinale Re nel suo interessantissimo articolo.

Il viaggio venne quindi programmato dall’ 1 al 3 dicembre. Il Governo iracheno, dopo un’iniziale disponibilità ad accogliere il Pontefice, cominciò a tergiversare, finché il 9 dicembre comunicò ufficialmente alla Santa Sede che il «il viaggio del Papa doveva essere rimandato a quando le circostanze lo avessero permesso». Il Cardinale Re ricorda così quei giorni carichi di incertezza: «La risposta, a poche settimane dall’inizio del giubileo del 2000, chiuse definitivamente la porta per la realizzazione del viaggio. Giovanni Paolo II ne prese atto con la serenità che lo distingueva e decise di dedicare ad Abramo le udienze generali del 16 e 23 febbraio, nelle prime settimane dell’anno santo, illustrando quanto il personaggio biblico rappresenta per i cristiani come «padre nella fede» e compiendo così idealmente il pellegrinaggio a Ur dei Caldei».

La forma spirituale del pellegrinaggio

Il 23 febbraio 2000, alla vigilia della partenza per il viaggio in Egitto e al Monte Sinai, prima tappa dell’agognato pellegrinaggio ai luoghi legati alla storia della salvezza, (la seconda sarebbe stata in Terra Santa nel mese di marzo), Giovanni Paolo II volle comunque dar forma al suo desiderio e compì un pellegrinaggio spirituale, qualcuno ha scritto «virtuale», nei luoghi in cui Abramo «udì la parola del Signore che lo strappava alla sua terra». Nell’Aula Nervi, accompagnato da molti Cardinali di curia, centinaia di Vescovi e alcune migliaia di fedeli, il Papa visse un intenso momento di preghiera. L’incontro si aprì con la proiezione su un grande schermo di immagini che descrivevano i luoghi abramitici. Sul palco era collocata una riproduzione dell’icona della Trinità di Rublëv, al cui lato erano collocate alcune querce in ricordo di quelle di Mamre, il luogo in cui Abramo fece il suo incontro con i tre messaggeri divini. Vicino ad esse, una pietra evocava invece quella sulla quale Abramo stava per compiere il sacrificio del figlio Isacco. Nei pressi del Pontefice tre bracieri ardevano e in uno di essi egli bruciò l’incenso. Dopo l’ascolto di alcuni brani biblici riferiti alle vicende del patriarca Abramo, Giovanni Paolo II tenne la sua omelia senza fare però alcun riferimento al mancato viaggio in Iraq.

Nell’omelia il Papa definì la chiamata di Abramo come l’inizio «dell’alleanza di Dio con l’umanità». A questa chiamata egli rispose con «l’obbedienza della fede» diventando così per cristiani, ebrei e mussulmani «modello di incondizionata sottomissione al volere di Dio».

A partire da due testi del Vangelo di Giovanni («In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io sono» e «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò», Gv 8,58 e 8,56), Giovanni Paolo II si soffermò anche a delineare il legame tra Cristo e Abramo. «La vocazione di Abramo, affermò, appare completamente orientata verso il giorno di cui parla Cristo. Qui non reggono i calcoli umani; occorre applicare la misura di Dio».

Infine egli parlò della fede obbediente di Abramo e di quella di Maria: «Anche Lei, come Abramo, accettò l’immolazione del Figlio, ma mentre ad Abramo il sacrificio effettivo di Isacco non fu richiesto, Cristo bevve il calice della sofferenza sino all’ultima goccia. E Maria partecipò personalmente alla prova del Figlio, credendo e sperando ritta accanto alla croce (cfr Gv 19,25)».

Vent’anni dopo il pellegrinaggio spirituale di Giovanni Paolo II nella terra di Ur dei Caldei, Papa Francesco si reca fisicamente in quegli stessi luoghi dove ebbe inizio l’alleanza di Dio con gli uomini. A Baghdad, nella cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza, egli troverà ad attenderlo un lembo insanguinato della veste che Giovanni Paolo II indossava il giorno dell’attentato e lì portato nel 2010.

P. Aldino Cazzago ocd

[1] G. Mattei, Intervista a Michail Gorbačëv, in «L’Osservatore Romano», 12 luglio 2000.
[2] Nostro il corsivo.
[3] Nostro il corsivo
[4] G. B. Re, Nella terra di Abramo, in «L’Osservatore Romano», 15 febbraio 2017.

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