Dante e Don Camillo

Dopo tanta didattica a distanza anche Dante può sostenere l’esame in presenza.  Chi interroga è “il gran viro a cui Nostro Signore lasciò le chiavi” (Par XXIV, 34).  E il tema: “Fede che è?” (53).   Al termine dell’interrogazione Dante dichiara di possedere la «moneta» della fede nella pienezza della sua brillantezza e perfezione («lucida e tonda»), così da non mettere in discussione («s’inforsa») in nessuna maniera la sua piena e totale autenticità («conio»). I suoi occhi, infatti, sono sempre  fissi a quel cielo ove brilla la luce del Sommo Piacer. Come scriveva Oscar Wilde, «siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle». E Dante è tra costoro, anzi, uno dei migliori.

Possiamo cogliere una certa analogia  tra l’impegnativo Canto del Paradiso e l’umile dialogo tra Don Camillo e il Cristo di Guarreschi.

“Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.

Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.

“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.

Per queste vacanze un buon suggerimento: come lettura impegnativa il Canto XXIV del Paradiso e come lettura divertente Don Camillo e don Chichì.

P. Gino Toppan, ocd

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