La cultura dell'incontro

In questa quarta parte della riflessione don A. Spadaro ci aiuta a ridisegnare il dialogo e la cultura dell’incontro, cuore di tutta la lettera enciclica Fratelli tutti. In una società in cui la comunicazione con i social ha preso il sopravvento, il papa invita a esercitare il dialogo come la via più adatta per valorizzare ognuno e “riconoscere ciò che deve essere affermato e rispettato” sempre. A questo proposito ribadisce la necessità di costruire una cultura dell’incontro, capace di grandi ideali e di percorsi di perdono e riconciliazione, che pongano le basi al superamento di conflitti e di guerre in nome della fratellanza.

Dialogo e cultura dell’incontro
Francesco riassume alcuni verbi usati in questa Enciclica in una sola parola: dialogo. «In una società pluralista», scrive il Pontefice, «il dialogo è la via più adatta per arrivare a riconoscere ciò che dev’essere sempre affermato e rispettato, e che va oltre il consenso occasionale» (n. 211).
Ancora una volta, si esprime una peculiare visione dell’amicizia sociale fatta di costante incontro delle differenze. Il Papa nota che questo è il tempo del dialogo. Tutti scambiano messaggi sui social, ad esempio, grazie alla rete. E tuttavia spesso il dialogo si confonde con un febbrile scambio di opinioni, che in realtà è un monologo nel quale predomina l’aggressività. Nota pure acutamente che questo è lo stile che sembra prevalere nel contesto politico, che ha, a sua volta, un riflesso diretto nella vita quotidiana della gente (cfr nn. 200-202).
«L’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi» (n. 203)[9]. È questa la dinamica della fratellanza, del resto, il suo carattere esistenziale, che «aiuta a relativizzare le idee, almeno nel senso di non rassegnarsi al fatto che un conflitto insorto da una disparità di vedute e di opinioni prevalga definitivamente sulla fratellanza»[10].
Dialogo non significa affatto relativismo, sia chiaro. Come aveva già scritto nell’Enciclica Laudato si’, Francesco afferma che se a contare non sono verità oggettive né princìpi stabili, ma la soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, allora le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e ostacoli da evitare. La ricerca dei valori più alti si impone sempre (cfr nn. 206-210).
L’incontro e il dialogo si fanno così «cultura dell’incontro», che significa la passione di un popolo nel voler progettare qualcosa che coinvolga tutti; e che non è un bene in sé, ma è un modo per fare il bene comune (cfr nn. 216-221).

Percorsi di un nuovo incontro: conflitto e riconciliazione
Francesco rivolge dunque un appello a porre solide basi per l’incontro e per avviare processi di guarigione. L’incontro non può essere fondato su diplomazie vuote, discorsi doppi, occultamenti, maniere… Solamente dalla verità dei fatti può nascere lo sforzo di comprendersi a vicenda e di trovare una sintesi per il bene di tutti (cfr nn. 225-226).
Il Papa ritiene che la vera riconciliazione non rifugga dal conflitto, ma si ottenga nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente (cfr n. 244). D’altra parte, il perdono non ha nulla a che fare col rinunciare ai propri diritti davanti a un potente corrotto, a un criminale o a qualcuno che degrada la nostra dignità. Occorre difendere con forza i propri diritti e custodire la propria dignità (cfr n. 241).
Soprattutto non si deve perdere la memoria dei grandi misfatti della storia: «È facile oggi cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e che bisogna guardare avanti. No, per amor di Dio! Senza memoria non si va mai avanti» (n. 249).

Guerra e pena di morte
In questo quadro Francesco esamina due situazioni estreme che possono presentarsi come soluzioni in circostanze drammatiche: la guerra e la pena di morte. Chiarissimo il Pontefice nel trattare i due casi.
Riguardo alla guerra, afferma che purtroppo non è un fantasma del passato, ma una minaccia costante. Deve dunque essere chiaro che «la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente» (n. 257).
Affronta anche la posizione del Catechismo della Chiesa Cattolica, dove è contemplata la possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, con il presupposto di dimostrare che vi siano alcune rigorose condizioni di legittimità morale. Tuttavia – scrive Francesco – si cade facilmente in un’interpretazione troppo larga di questo diritto. Oggi, infatti, con lo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, «si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti». Dunque – ed ecco la conclusione del Papa – «non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale real­tà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!» (n. 258).
La risposta alla minaccia delle armi nucleari e a tutte le forme di distruzione di massa deve essere collettiva e concertata, basata sulla fiducia reciproca. E – propone ancora il Pontefice – «con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa» (n. 262).
Circa la pena di morte, Francesco riprende il pensiero di Giovanni Paolo II, il quale ha affermato in maniera chiara nella sua Enciclica Evangelium Vitae (n. 56) che essa è inadeguata sul piano morale e non è più necessaria sul piano penale. Francesco si rifà anche ad autori come Lattanzio, papa Nicola I o sant’Agostino, che sin dai primi secoli della Chiesa si mostravano contrari a questa pena. E afferma con chiarezza che «la pena di morte è inammissibile» (n. 263) e che la Chiesa si impegna con determinazione a proporre che sia abolita in tutto il mondo. E il giudizio si estende anche all’ergastolo, che «è una pena di morte nascosta» (n. 268).

error: CONTENUTO PROTETTO