(14 anni, figlia di Giairo, capo della Sinagoga di Cafarnao, cfr. Mc 5,21-34)
“… Gesù!”
Il tuo nome
è l’ultima parola che ho afferrato prima di morire;
“Vado a chiamare Gesù”, così ripeteva mio papà,
lasciandomi per venire a cercarti.
“È arrivato tardi”, mormorarono,
a bocca stretta, i miei vicini di casa;
ero già morta, infatti, quando sei arrivato.
Avevo dodici anni.
“La bambina dorme, ora la sveglio”, ti sentirono dire;
chiusi nel loro silenzio, ti disprezzarono.
Tenendomi la mano, tu hai detto:
“Talità Kum!”
“Fanciulla, io te lo ordino, alzati!”
Non so dove la tua voce mi ha raggiunto;
non so come hai fatto a trovarmi.
Come un gigante
tu hai attraversato, vittorioso, il buio della mia morte.
Ho dischiuso gli occhi e ho visto il tuo volto:
forte e sorridente.
Ma una ruga ti si formò in mezzo alla fronte,
all’improvviso, come una ferita!
Tu hai detto: “Datele da mangiare”;
contenti ti hanno obbedito;
ma io non avrei mai distolto i miei occhi dai tuoi.
Così ho ricominciato a vivere:
grazie a te.
”È grazie a Gesù – spiegavo a tutti –
se sono di nuovo viva.”
Mio papà e io non ti abbiamo più lasciato:
due anni incredibili vissuti vicino a te.
Quanta strada abbiamo fatto insieme a te;
quante parole, quanti silenzi,
quanti malati guariti,
quanti lebbrosi sanati,
quanti peccatori perdonati,
quanti afflitti consolati,
quanti sorrisi restituiti:
e ogni volta sul tuo bel volto,
una ruga, una ferita in più.
Mi sono sentita perduta
il giorno che ti hanno arrestato.
Perché farti del male,
a te che hai fatto sempre del bene?
Perché far del male al mio Gesù?
Perché ti hanno flagellato?
Perché coprire di sputi il tuo volto così bello?
Perché ti hanno preso a schiaffi?
Ti hanno messo perfino una corona di spine:
perché trattare così il mio Re?
Papà mi ha detto
che ti hanno inchiodato a una croce;
che ci hai perdonato;
che tua mamma era presente;
che, prima di morire,
anche tu hai chiamato tuo Padre;
che il tuo viso era tutto una ferita.
Li ho visti, quel venerdì sera, i tuoi discepoli;
vergognosi, tornavano dal Calvario:
impauriti, sconvolti, disperati.
“È la fine”, dicevano, “È la fine”.
Ma io non potevo rassegnarmi;
non potevo dimenticare, io:
la mia carne ricordava.
lo sapevo, io,
che il tuo amore è più forte della morte.
M’hanno detto che sei risuscitato,
che ti hanno incontrato:
prima alcune donne,
poi Pietro, Giovanni e tanti altri.
Sono felici! Sembrano rinati!
Come li capisco!
Io non ti ho ancora visto;
sei salito al cielo: forse non ti vedrò più;
ma non importa:
le mie notti e i miei giorni sono fatti di te.
Eppure,
quanta voglia di ascoltarti, di abbracciarti, di vederti.
È curioso:
a volte mi sorprendo a pensare a te,
a parlare con te,
tanto è grande il desiderio che ho di te;
allora chiudo gli occhi per ritrovare il tuo volto;
è così grande li desiderio che
… vorrei morire …
per essere sempre con te. Mio Gesù.
di P. Gianni Bracchi ocd
tratto da Dialoghi Carmelitani, 3, 1, marzo 2002