Il saluto a Papa Francesco del Movimento Ecclesiale Carmelitano
È il lunedì dell’Angelo e tutto ci parla di Vita.
È il lunedì di Pasqua e Papa Francesco è tornato oggi alla Casa del Padre.
Così davvero non sembra essere un caso che il Signore abbia scelto proprio questo giorno per richiamarlo a Sé, nell’anno del Giubileo: come se tutto trovasse un compimento, anche alla luce dell’ultima dolorosa Quaresima, “fisica” oltre che spirituale, vissuta dal Papa nei circa 40 giorni di ricovero presso il “Gemelli” di Roma e, poi, in convalescenza a Santa Marta.
Eppure soltanto ieri, per la Domenica di Pasqua, il Papa era rimasto sulla loggia in S. Pietro per tutta la lettura del suo Messaggio di pace e di Speranza, rivolto al mondo intero; e aveva benedetto la folla dopo l’annuncio dell’indulgenza plenaria, seguito dall’applauso affettuoso dei 50.000 presenti. Ma mentre per tutti il giro finale in papamobile, tra i fedeli della Piazza, era stato finalmente il primo dopo oltre due mesi, in realtà era anche l’ultimo nei disegni di Dio: il suo saluto a questa terra.
Sorpresi e commossi, con tutta la Chiesa, ci troviamo dunque anche noi, come Movimento Ecclesiale Carmelitano, a esprimere ora il nostro saluto e il nostro grazie al Papa, con una intensa preghiera al Signore per lui e per la Chiesa.
E non ci troviamo a farlo solo sull’onda dell’emozione del momento. Lo facciamo, piuttosto, nella consapevolezza che il suo intero pontificato – questi 12 anni di impegno per il Vangelo e per la Chiesa – resteranno ora come eredità per il nostro cammino.
Quello di Papa Francesco è stato un “pontificato delle prime volte”, caratterizzato da molte novità (tra cui la lunga coabitazione con il Papa emerito Benedetto), come pure dalla complessità di processi aperti per un discernimento, nella consapevolezza di come «il tempo sia superiore allo spazio» e la Verità una Relazione (quella con il Figlio!). Di qui il suo rimando costante alla priorità di una preghiera che generi carità e missione, per una “Chiesa in uscita”, come annunciato sin dalla prima Esortazione, l’Evangelii gaudium: «l’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante e la sua comunione… una comunione missionaria. Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura» (EG, n. 23).
Questo, dunque, abbiamo imparato dal primo Papa latino-americano, venuto “dalla fine del mondo” (come disse il giorno della sua elezione, il 13 marzo 2013), quando chiese per la prima volta la nostra preghiera per lui (poi chiesta sempre ad ogni Angelus, Messa, incontro…). Abbiamo imparato, cioè, che il suo pontificato avrebbe avuto attenzione agli ultimi, alla pace che viene dalla fraternità in Cristo, alla cura del creato che viene dall’amore al Creatore e, soprattutto, a un costante annuncio della Misericordia, l’unica “parola capace di cambiare il mondo” (con un Anno dedicato, nel 2015, all’apertura di Porte Sante in ogni diocesi del mondo).
Questo abbiamo imparato anche nel Magistero espresso da Papa Francesco con le sue quattro Encicliche: la Lumen Fidei (2013) sulla fede, scritta a quattro mani con Papa Benedetto; la Laudato si’ (2015) sulla cura della “casa comune” del creato; la Fratelli tutti (2020) sulla fraternità umana; e l’ultima, la Dilexit nos (2024), dedicata al mistero umano e divino del Cuore di Cristo.
Questo abbiamo imparato dal senso dei suoi viaggi, sempre immaginati per dire il valore delle periferie, da raggiungere come fossero il “Centro”: così il primo, a Lampedusa (2013), per svegliare il mondo sul dramma dei migranti e dell’indifferenza prodotta dalla globalizzazione; così in Albania e in Iraq, durante il tempo del Covid; così nell’amata Terra Santa e nella Penisola Arabica, fino agli ultimi in Giappone e altri Paesi asiatici. Ma questo sguardo sull’uomo, sempre dato dal punto di vista di Dio, è stato anche il messaggio rivolto ai giovani, nelle partecipate GMG di Rio de Janeiro (2013), Cracovia (2016), Panama (2019) e Lisbona (2023).
Questo abbiamo imparato da alcuni suoi gesti “profetici”, ora affidati alla storia: come l’incontro a Cuba con il patriarca ortodosso Kirill (2016); la firma della Dichiarazione sulla fratellanza universale di Abu Dhabi (2019); e, ancora, l’addolorata preghiera fatta da solo in Piazza S. Pietro (2020), per implorare la fine della pandemia. Ma gesti “profetici” sono stati anche altri, ben più semplici, e proprio per questo straordinari: abbracci, carezze, telefonate, visite personali, offerti agli ultimi come ai capi di Stato, ai fedeli come ai non credenti: perché un Pastore che “conosce l’odore delle pecore” frequenta i luoghi della vita e della sofferenza umana (tra cui specialmente carceri e ospedali), anche per le celebrazioni più solenni.
Ma se quanto ricordato sin qui lo abbiamo imparato con tutta la Chiesa, noi che abbiamo anche la responsabilità di incarnare un carisma specifico, non potremmo non riconoscere, oggi più di prima, quella specifica impronta “carmelitana” che Papa Francesco ha dato al suo pontificato. Un’impronta riconoscibile nei suoi tanti riferimenti ai nostri Santi, ma tra cui spicca l’Esortazione Apostolica “C’est la confiance”, dedicata a S. Teresa di Gesù Bambino. Perché, se Giovanni Paolo II l’aveva indicata come «Dottore dell’Amore», Papa Francesco l’ha voluta indicare alla Chiesa intera come «Maestra di evangelizzazione», ricordando che l’espressione a lei cara del “Cantico dei cantici” – con cui la sposa dice allo Sposo: «Attirami, noi correremo!» (1,3-4) – non significa altro che questo: quanto più siamo uniti al Cuore di Cristo, tanto più attireremo i nostri fratelli all’Amore. Così, noi carmelitani, dovremo ricordare come sia vero che “la massima profondità del cuore conduce alla massima estensione della missione”, perché «non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola, non è la stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare» (EG, n. 266).
In questi giorni segnati dalla Luce pasquale, mentre affidiamo il Papa alla Misericordia da lui tanto amata, questo è il dono e il compito che come Movimento sentiamo di dover onorare. Ricordandoci, anche nelle fatiche, che «la Sua risurrezione non è una cosa del passato: contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i suoi germogli…» (EG, n. 276).
È Pasqua… e lo sarà ancora! E con questa Speranza, caro Papa Francesco, noi ti affidiamo a Maria, Madre nostra, a cui hai voluto donare anche l’ultimo mazzo di fiori, il giorno della tua uscita dall’Ospedale…
E siamo certi che Lei sia venuta ad accoglierti, per il tuo ultimo viaggio, il più importante.
Quello che porta al suo Figlio Gesù.
P. Fabio Silvestri con tutti gli amici del Movimento Ecclesiale Carmelitano