«Tante volte preghiamo come pappagalli»

Nell’udienza generale di mercoledì 17 marzo 2021 papa Francesco ha continuato la sua riflessione sul tema della preghiera in «relazione con la Santissima Trinità, [e] in particolare con lo Spirito Santo».

Avviandosi alla conclusione della sua catechesi, ha così affermato:

«Troviamo ancora scritto nel Catechismo: “Lo Spirito Santo, la cui Unzione impregna tutto il nostro essere, è il Maestro interiore della preghiera cristiana. È l’artefice della tradizione vivente della preghiera. Indubbiamente, ci sono tanti cammini di preghiera quanti sono coloro che pregano, ma è lo stesso Spirito che agisce in tutti e con tutti. È nella comunione dello Spirito Santo che la preghiera cristiana è preghiera nella Chiesa» (n. 2672). Tante volte succede che noi non preghiamo, non abbiamo voglia di pregare o tante volte preghiamo come pappagalli con la bocca ma il cuore è lontano».

Poiché, nonostante il trascorrere del tempo, le difficoltà che chi prega incontra sono sempre le stesse, può essere di aiuto rileggere cosa ha scritto sullo stesso specifico tema S. Teresa d’Avila.

Anche lei ammoniva le sue consorelle a non cadere in una ripetizione meccanica delle preghiere conosciute. All’inizio del Castello interiore scrive così:

«Non chiamo infatti orazione quella di colui che non considera con chi parla, chi è che parla, cosa domanda e a chi domanda, benché muova molto le labbra. Alle volte sarà buona orazione anche questa, quantunque non accompagnata da tali riflessioni, purché queste si siano fatte altre volte. Ma se alcuno ha l’abitudine di parlare con la maestà di Dio come con uno schiavo, senza pensare se dice bene o male, contento di quello che gli viene in bocca o ha imparato a memoria per averlo recitato altre volte… non tengo ciò per orazione, né piaccia a Dio che vi siano cristiani che così facciano» (1 Mansioni, 1,7).

Se è vero che l’intensità della preghiera non dipende dalla sua meccanica ripetizione, è altrettanto vero che la sua autenticità non dipende nemmeno dalla sublimità dei pensieri che in essa si vanno formulando. Nella preghiera, scrive S. Teresa, «l’essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare». L’amore verso Dio non è un vago sentimento in balia di stati d’animo o di strane e insindacabili «preferenze». Per lei «l’amore di Dio non sta nei gusti spirituali, ma nell’essere fermamente risolute a contentarlo in ogni cosa, nel fare ogni sforzo per non offenderlo, nel pregare per l’accrescimento dell’onore e della gloria di suo Figlio e per l’esaltazione della Chiesa cattolica. Questi sono i segni dell’amore, non già non distrarsi, quasi basti la più piccola divagazione per mandare a monte ogni cosa» (4 Mansioni,1,7).

«Tante volte preghiamo come pappagalli con la bocca ma il cuore è lontano». Queste parole di papa Francesco ricordano che per essere autentico l’atto della preghiera deve essere un atto che esprime l’unità della persona, cioè un atto «semplice», «piegato una sola volta» come dice l’etimologia della parola «semplice» (da “sem”, “una volta” e “plectĕre”, “piegare”). È per questo che per la Sacra Scrittura i pensieri che danno forma alle parole della preghiera devono sgorgare dal cuore. Il Salmo 19,15 lo ricorda molto bene: «Ti siano gradite le parole della mia bocca; davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore».

S. Teresa non può che ripetere gli insegnamenti della Scrittura. Scrive nel
Cammino di perfezione«Se [il Signore] vedrà che recitiamo questa preghiera [il Padre nostro] con perfezione senza infingimenti, risolute a mettere in pratica quello che diciamo, ci arricchirà dei suoi doni, perché ama molto che trattando con Lui lo facciamo con candore, con franchezza e sincerità, e che non diciamo con le labbra una cosa, mentre nel cuore ne teniamo un’altra» (37,4).

Qualche pagina prima ella aveva ricordato che «quando è il cuore che prega» Dio «risponde» (24,5) perché le preghiere che «Egli ama di più» non sono quelle «studiate», ma quelle «sgorganti dal cuore» (26,6).

Consapevole delle difficoltà che si incontrano nella preghiera, Papa Francesco, nel corso della stessa udienza, ha lasciato questo consiglio:

«Questo è il momento di dire allo Spirito: “Vieni, vieni Spirito Santo, riscalda il mio cuore. Vieni e insegnami a pregare, insegnami a guardare il Padre, a guardare il Figlio. Insegnami com’è la strada della fede. Insegnami come amare e soprattutto insegnami ad avere un atteggiamento di speranza”. Si tratta di chiamare lo Spirito continuamente perché sia presente nelle nostre vite».

P. Aldino Cazzago ocd

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