Un cuore aperto al mondo intero

La terza parte della riflessione di A. Spadaro sulla lettera enciclica Fratelli tutti pone l’attenzione su un cambio di prospettiva sia a livello personale sia internazionale sulla destinazione comune dei beni della terra. E’ uno sguardo che ci invita ad aprire il cuore al mondo intero per aver cura della “fragilità degli altri, cercando un destino comune”. Il criterio al centro di ogni considerazione rimane quello di far crescere la consapevolezza che ci si salva insieme o non ci si salva.
Interessanti anche i richiami all’identità di un popolo, all’amore sociale, all’alto esercizio della carità e all’azione politica come modo di vivere “un’economia integrata in un progetto polito, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune.

L’importanza del multilateralismo
Il Papa chiede un cambio di prospettiva radicale non solo a livello interpersonale o statale, ma anche nelle relazioni internazionali: quello della certezza della destinazione comune dei beni della terra. Questa prospettiva cambia il panorama e «possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo» (n. 124).
Ciò inoltre – prosegue il Pontefice – presuppone un altro modo di intendere le relazioni internazionali. Chiarissimo, dunque, l’appello all’importanza del multilateralismo, con una vera e propria condanna di un approccio bilaterale per cui Paesi potenti e grandi imprese preferiscono trattare con altri Paesi più piccoli o poveri: per trarne maggior profitto (cfr n. 153). La chiave è «saperci responsabili della fragilità degli altri cercando un destino comune» (n. 115). Aver cura della fragilità è un punto chiave di questa Enciclica.

Un cuore aperto al mondo intero
Francesco parla anche delle sfide da affrontare perché la fraternità non resti solamente un’astrazione, ma prenda carne.
La prima è quella delle migrazioni, da sviluppare intorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Non si tratta, infatti, «di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni» (n. 129).
Francesco offre indicazioni molto precise (cfr n. 130). Ma in particolare si sofferma sul tema della cittadinanza, così come era stato declinato nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi. Parlare di «cittadinanza» allontana l’idea di «minoranza», che porta con sé i semi del tribalismo e dell’ostilità, e che vede nel volto dell’altro la maschera del nemico. L’approccio di Francesco è sovversivo rispetto alle teologie politiche apocalittiche che si vanno diffondendo.
D’altra parte, il Papa pone in evidenza il fatto che l’arrivo di persone che provengono da un contesto vitale e culturale differente si trasforma in un dono per chi le accoglie: è un incontro tra persone e culture che costituisce un’opportunità di arricchimento e di sviluppo. E questo può avvenire se si permette all’altro di essere se stesso.Il criterio guida del discorso è sempre il medesimo: far crescere la consapevolezza che o ci salviamo tutti o nessuno si salva. Ogni atteggiamento di «sterilizzazione» e isolazionismo è un ostacolo all’arricchimento proprio dell’incontro.

Populismo e liberalismo
Francesco prosegue il suo discorso con un capitolo dedicato alla migliore politica, quella posta al servizio del vero bene comune (cfr n. 154). E qui affronta di petto la questione del confronto tra populismo e liberalismo, che possono usare i deboli, il «popolo», in maniera demagogica. Il Papa intende chiarire subito un malinteso usando un’ampia citazione dell’intervista che ci concesse per la pubblicazione dei suoi scritti da arcivescovo di Buenos Aires. La riportiamo per intero perché centrale nel discorso.
«“Popolo” non è una categoria logica, né è una categoria mistica, se la intendiamo nel senso che tutto quello che fa il popolo sia buono o nel senso che il popolo sia una categoria angelicata. Ma no! È una categoria mitica […]. Quando spieghi che cos’è un popolo usi categorie logiche perché lo devi spiegare: ci vogliono, certo. Ma non spieghi così il senso dell’appartenenza al popolo. La parola “popolo” ha qualcosa di più che non può essere spiegato in maniera logica. Essere parte del popolo è far parte di un’identità comune fatta di legami sociali e culturali. E questa non è una cosa automatica, anzi: è un processo lento, difficile… verso un progetto comune» (n. 158)[8].
Di conseguenza, questa categoria mitica può indicare una leadership capace di sintonizzarsi col popolo, con la sua dinamica culturale e le grandi tendenze di una società per un servizio al bene comune; oppure può indicare una degenerazione quando si muta nell’abilità di attrarre consenso per il successo elettorale e per strumentalizzare ideologicamente la cultura del popolo, al servizio del proprio progetto personale (cfr n. 159).
Non bisogna però neppure enfatizzare la categoria mitica di popolo come se essa fosse una espressione romantica e dunque, in quanto tale, rigettata a favore di discorsi più concreti, istituzionali, legati all’organizzazione sociale, alla scienza e alle istituzioni della società civile.
Ciò che unisce entrambe le dimensioni, quella mitica e quella istituzionale, è la carità, la quale implica un cammino di trasformazione della storia che incorpora tutto: istituzioni, diritto, tecnica, esperienza, apporti professionali, analisi scientifica, procedimenti amministrativi. L’amore verso il prossimo è infatti realista. Quindi, è necessario far crescere sia la spiritualità della fraternità sia l’organizzazione più efficiente, per risolvere i problemi: le due cose non si oppongono affatto. E questo senza immaginare che ci sia una ricetta economica che possa essere applicata ugualmente per tutti: anche la scienza più rigorosa può proporre percorsi e soluzioni differenti (cfr nn. 164-165).

I movimenti popolari e le istituzioni internazionali
In questo contesto Francesco parla sia dei movimenti popolari sia delle istituzioni internazionali. Sembrano due livelli opposti e divergenti di organizzazione, ma alla fine sono convergenti nella loro virtuosità, perché valorizzano il locale, gli uni, e il globale, le altre, e sempre all’insegna del multilateralismo.
movimenti popolari «aggregano disoccupati, lavoratori precari e informali e tanti altri che non rientrano facilmente nei canali già stabiliti» (n. 169). Con questi movimenti si supera «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli» (ivi).
Quindi Francesco si sofferma sulle istituzioni internazionali, oggi indebolite, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica. Tra queste l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che va riformata per evitare che sia delegittimata e perché «possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di nazioni» (n. 173). Essa ha come compito la promozione della sovranità del diritto, perché la giustizia è «requisito indispensabile per realizzare l’ideale della fraternità universale» (ivi).

La migliore politica non è sottomessa all’economia
Francesco si sofferma quindi lungamente sulla politica. Più volte il Pontefice si è lamentato di quanto essa sia sottomessa all’economia, e questa al paradigma efficientista della tecnocrazia. Al contrario, è la politica che deve avere una visione ampia in modo che l’economia sia integrata in un progetto politico, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune (cfr nn. 177; 17).
Fraternità e amicizia sociale non sono astratte utopie. Esigono decisione e la capacità di trovare percorsi che ne assicurino la reale possibilità, anche coinvolgendo le scienze sociali. E questo è un «esercizio alto della carità» (n. 180). L’amore dunque si esprime non solo in relazioni a tu per tu, ma anche nei rapporti sociali, economici e politici, cercando di costruire comunità nei diversi livelli della vita sociale. Si tratta di quello che Francesco chiama amore sociale (cfr n. 186). Questa carità politica presuppone la maturazione di un senso sociale in virtù del quale «ognuno è pienamente persona quando appartiene a un popolo, e al tempo stesso non c’è vero popolo senza rispetto per il volto di ogni persona» (n. 182). Insomma: popolo e persona sono termini correlativi.
L’amore sociale e la carità politica si esprimono anche nella piena apertura al confronto e al dialogo con tutti, persino con gli avversari politici, per il bene comune, per rendere possibile la convergenza almeno su alcuni temi. Non bisogna temere il conflitto generato dalle differenze, anche perché «l’uniformità genera asfissia e fa sì che ci fagocitiamo culturalmente» (n. 191). Ed è possibile vivere questo se il politico non smette di considerarsi un essere umano, chiamato a vivere l’amore nelle sue quotidiane relazioni interpersonali (cfr n. 193) e se sa vivere, sì, la tenerezza. Appare inedito questo legame tra politica e tenerezza, ma è davvero efficace perché la tenerezza è «l’amore che si fa vicino e concreto» (n. 194). In mezzo all’attività politica, i più deboli debbono provocare tenerezza e hanno il «“diritto” di prenderci l’anima e il cuore» (ivi).

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